Nome: Mimma Sono una dilettante entusiasta, innamorata della poesia e dell'arte in genere, sempre in fase di apprendimento.
Ho scritto una favola fantastica, che si intitola L'Usignola Stonata, se volete leggerla e vedere i disegni con i quali è illustrata, fate clic su http://usignolastonata.splinder.com
Chi ha tempo non aspetti tempo, è un saggio proverbio.
Io ho già preparato il calendario 2010 con una bella pubblicità dei miei blog,
questo su cui state navigando audacemente e quello dell'Usignola stonata,
illustrata con più di 200 disegni ( fate clic sul link alla vostra sinistra).
Come vedete ci ho messo alcuni dei miei quadri e foto già apparsi sul
blog, un pensiero mimmiano al mese per rianimarci quando abbiamo
la luna storta, alla quale tutti siamo soggetti, uomini e donne.
Ho lasciato uno spazio libero perché possiate inserirci, con un
programma di fotografia, la vostra immagine preferita oppure,
se volete stampare il calendario, magari usate
la carta vergatina più pesante ( ci si può anche disegnare sopra )
e ritagliate la foto che vi pare incollandola.
Potete anche lasciarlo com'è. Vi ho messo comunque in copertina la mia foto
dell'avatar, così potrete eventualmente coprirla con una vostra.
Oggi vi pubblico la copertina e le prime quattro pagine, che cosa ne pensate?
Domenica Luise ( Calendario di Domenica Luise )
O meraviglia delle meraviglie! Stavo sonnecchiando sul computer ( sono sveglia dalle tre )
quando ho voluto controllare se si potesse usare il calendario per metterlo sul desktop,
ho fatto clic destro sulla copertina e clic su imposta come sfondo desktop,
subito è apparsa l'anteprima ( mettete il segno di spunta a " centrato "
per mantenere l'immagine al centro dello schermo ) . Allora ho fatto clic
su un'altra immagine a caso del mio blog e qualsiasi può diventare
una bella decorazione per il desktop. Oh, come mi diverto.
Tutto incominciò con un momento di follia ed una buona dose di perline
multicolori conservate perché "prima o poi ci faccio qualcosa".
C'era quell'azzurro che mi faceva impazzire per la nitidezza,
sarebbe stato bene accanto al nero. I fiori avrebbero avuto un bel
giallo spento al centro della corolla. Ho comprato
un rotolo di filo da pesca di nylon, ne ho preso
una buona quantità a destra e a sinistra e l'ho tagliato,
dopo di che l'ho suddiviso a metà ed ho incominciato a creare
il fiore centrale dai semini gialli interni, con i petali intorno.
Il lavoro viene un pochino irregolare e ciò aggiunge bellezza perché vibra.
Dopo di che si continua inventando i fiori in diretta
uno a destra e l'altro, più uguale possibile, a sinistra, in maniera speculare,
non si può creare prima un lato e poi l'altro perché dopo
sarà più difficile contare i corallini. Potete inventare un lavoro
più semplice e sarà sempre bellissimo. La collana si infila
dalla testa senza chiusura, quando volete finirla prendete le
misure secondo dove volete che arrivi. Questa è fatta
con un solo filo di nylon tagliato soltanto una volta
nel suo punto di congiunzione. Qui dovete stare attente perché
la chiusura deve essere solida e invisibile, io ci faccio il nodo,
ne taglio un pezzetto a destra e a sinistra, li ri-infilo nelle perline,
ne faccio uscire un centimetro di qua e l'altro di là e
do fuoco con un fiammifero e con molta attenzione perché
dovete formare due palline minuscole che impediranno
al filo di sciogliersi, ma non andare a bruciare
il filo di sotto altrimenti sfilate la collana.
Guardate mia nipote Mariachiara che indossa la collana,
sullo sfondo c'è un mio quadro di fiori.
Domenica Luise ( Collana creata da Domenica Luise )
Vi annuncio la nascita di un piccolo e prezioso libro scritto
dalla nostra Angela Sias, che si intitola " Schizzi ". La copertina è stata curata da me,
la prefazione è di Nunzia Binetti,
seguita da una mia nota. Se volete ulteriori informazioni,
il libro è reperibile su IBS.it scontato e su
"Libreria Universitaria.it" , edizioni GDS.
Una grossa cipolla. Aceto o vino rosso, per es. lambrusco. Olio di oliva extravergine.
Piselli. Una grossa teglia rettangolare.
Tagliuzzare sottile la cipolla e cuocerla in aceto e acqua oppure nel lambrusco, quando incomincia ad asciugarsi aggiungere l’olio e fare soffriggere appena. Mettere il tritato nella pentola con il prosciutto cotto a dadini e, quando incomincia a cuocere, versarci dentro il passato di pomodoro e i piselli lasciando bollire a fuoco lento. Il sugo è pronto quando incomincia a lanciare per aria schizzi di goccioline. Non fatelo restringere perché continuerà la cottura nel forno.
Si può salare secondo il gusto oppure sostituire con un dado da brodo vegetale.
Preparare la besciamella, anche questa piuttosto liquida. Occorre mezzo litro di latte, una presa di sale, grattatina di noce moscata, un po’ di burro ( 50 gr. ) e tre cucchiai rasi di amido per dolci. Mettere sul fuoco a fiamma bassa e aggiungere piano piano il latte sempre girando con un cucchiaio di legno e rimestare finché la salsa non si addensa.
Appena scesa dal fuoco aggiungere una manciata di parmigiano.
Prendere la teglia e iniziare con uno strato di besciamella, sopra le sfoglie di pasta cruda, poi uno strato di sugo, altra pasta, besciamella, di nuovo pasta. Se in frigorifero ci sono pezzetti di formaggi vari avanzati spargerli a fettine nei ripieni. Finire con la besciamella. Infornare una prima volta per qualche quaranta minuti e lasciare che il timballo si raffreddi in forno, a questo punto metterlo in frigorifero. L’indomani mattina dividere la pasta per porzioni e lasciare in frigorifero, prima di apparecchiare la tavola per il pranzo riscaldare le lasagne in forno per una ventina di minuti e suddividerle seguendo le porzioni già tagliate. Spolverizzare con una bella grattata di parmigiano e servire.
Questa è una megaporzione per famiglia numerosa e affamata, se ne avanza si può congelare a porzioni in carta di alluminio.
Avevo cinque o sei anni, la mamma mi aveva portata in visita da una vicina bloccata in casa per l'artrosi, le avevamo fatto la spesa e pagato un vaglia della luce alla posta, loro due parlavano di morti e, all'epoca, per me non esisteva discorso più interessante perché proibito e i grandi abbassavano sempre la voce per non farmi capire, < Tanto i vecchi devono morire > dissi osservando la faccia della vicina, che era decrepita specialmente ai miei occhi infantili. La mamma mi rimproverò: < Cosa dici? Non deve morire nessuno, né giovane né vecchio >, < Oh, come facciamo? > chiesi sbalordita che sul mondo ci fosse tanto spazio da contenere tutti costoro.
Poi guardai meglio la vicina: < Per esempio lei è vecchia > proclamai, la mamma mi diede un pizzico sotto il tavolo ed io dissi : < Ahi, mi hai fatto male >.
La vicina rise, ma allora non capii perché né mi spiegai il motivo per cui la mamma, invece, quel pomeriggio, piangeva tra le braccia del papà e diceva che aveva una figlia scema.
Ora io ero l'unica femmina, quindi la scema ero io. Mio fratello più piccolo non sapeva ancora leggere nemmeno le vocali, quello sì, era scemo, ma tutti lo preferivano a me. Ne ero gelosissima e non lo nascondevo, ma i grandi non se ne accorgevano.
Conosceva a memoria molte capitali del mondo, che a me non entravano in testa, ed anche cime alpine dai nomi difficilissimi. Io, invece, imparavo tutte le poesie che stavano sul libro della prima elementare, quando le seppi come il Padre nostro e l'ave Maria, se non meglio, mandai a memoria le prose ed anche l'indice, alla fine dovettero incominciare a regalarmi altri libretti, per farmi stare ferma. Cento novelline, Fatine rosa e principi azzurri, Le fate del giorno e della notte, Bambola, Topolino, avevo una scatola di cartone sotto il letto piena dei miei tesori.
Finalmente il computer mi saziò: a turno il fratellino giocava ed io ci disegnavo col mouse. Imparai ad usare Paint e salvare i miei capolavori, ma il papà diceva che facevo " cose inutili" mentre il " bambino " aveva intelligenza. Continuai ad esserne gelosa e mi sembrava un gran peccato. Me lo confessavo contrita ed il prete ne sorrideva rassicurandomi.
Così ebbi una qualche difficoltà quando gli dissi che anche lui mi sembrava uno scemo. Da dietro la grata sentii qualcosa che somigliava a una risata malamente trattenuta ed infine il verdetto: ben cinque Salve Regina, che nemmeno mi ricordavo e me le dovetti cercare sul libro di preghiere della mamma, non finivano mai.
La mia vita, da quando avevo memoria, era stata sempre difficile. Ormai tutti mi chiamavano " La bocca della verità " a casa, ma anche a scuola e non ero certa che si trattasse di un complimento.
Un altro episodio significativo capitò a diciotto anni. Ora di Divina Commedia, sesto del Paradiso, canto di sintesi storica, una rogna per me negata da sempre per guerre, politica e simili.
Il professore, uno alto, bianco, allampanato, spiegava appassionatamente ed io mi lamentavo sottovoce soffrendo. Egli era uomo mite, ma non cieco né sordo e mi chiese di ripetere il passo, cosa che eseguii malissimo e decisamente sotto tono, < Non mi piace > declamai.
Allora lui, per farmelo piacere, ripeté il tutto impiegando i seguenti tre quarti d'ora, finì con una chiusa fulminante, come a dire: < Sono bravo, eh? >, ed io confermai < Ma a me non piace >.
Vinto, mi chiese se almeno avessi capito, qui risposi di sì.
Tutte le compagne, alle quali dettavo regolarmente il tema, mi tradirono come Giuda e lodarono il sesto canto del Paradiso, non ce n'era una fuori dal coro. Mi salvò la campanella e nel pomeriggio, sudando sulle note a piè di pagina, fui costretta a studiare anch'io la Divina Commedia come tutti i mortali, senza affidarmi esclusivamente alla spiegazione sentita la mattina ed alla mia indubbia fantasia estetica. Il prof. mi aveva annunciato un'interrogazione e non volevo perdere quello che restava della mia faccia.
Quella volta andò così così e, a mia onta, sul registro venne scritto un misero sei meno, in compenso mi laureai al volo col minimo del tempo necessario e il massimo dei voti, a ottobre iniziai ad insegnare. Intanto mi fidanzai con Giovanni, bello, intelligente, magro, alto e con tanti capelli scuri, occhi inquietanti, del quale non nascosi a nessuno quanto fossi innamorata, parlavo sempre di lui oppure stavo con lui, aspettavo lui, compravo regali per lui dai portachiavi alle caramelle alle felpe alla valigetta di cuoio. Impazzivo di gioia e tutti lo seppero, egli sembrava quasi superiore alle mie manifestazioni di lietezza incondizionata, persona equilibrata, più matura dei suoi anni. Contrariamente alle pessimistiche previsioni di mamma e papà riuscii a sposarlo e di quel giorno ricordo solo che mi sentivo in trance, troppo felice per essere realmente presente a quello che facevo e dicevo, sorpresa che mi avesse proprio voluta, sua moglie davanti a Dio e agli uomini. L'organo suonava, io piangevo e ridevo, mi vidi nel film: una scema tentennante, avevo un'espressione che definire strana è riduttivo.
A ventisei anni, sposata da un anno, in attesa del mio primogenito, da un po' di tempo mio marito, secondo me, trovava scuse per cenare fuori la sera e soffermarsi con vaghi impegni di lavoro. Incominciai a indagare col telefonino e spesso trovavo che teneva spento il suo. Ora il patto tra noi due era della massima sincerità, ma a quanto pareva il baldo giovine giocava sporco in casa e fuori. Imbufalita, capii che interrogarlo poteva fare uscire la storia e spingerlo ad una scelta che non volevo facesse, era mio marito, peggio, ne ero innamorata cotta e intendevo tenermelo. Mi lavai, mi profumai, indossai il negligè dal quale usciva tutta la pancia, sciolsi i capelli e provai a presentarmi così sui tacchi alti che quasi cascavo, egli scoppiò a ridere intenerito e, quella sera, si addormentò abbracciandomi, coi pizzi neri che mi si stamparono sul seno e bagnati pure perché lui ronfava ed io piangevo sicurissima dell'altra, una moglie queste cose le sente.
Però lo strinsi tutta la notte fortemente, sebbene impedita dalla pancia, che prendeva spazio.
Egli, nel sonno, si lamentò e disse un nome forse di donna che, per quanto impastato, non mi sembrò quello mio. Sbarrai gli occhi e smisi di piangere all'istante.
L'indomani, malgrado la nausea regolamentare, il mal di testa da insonnia e la voglia di restare a letto per autocompatirmi a volontà, andai al Pizzini, dove insegnavo materie letterarie. Era la festa della donna e gli alunni mi regalarono tre rose rosse stupende, una per l'affetto, dissero, una per la promozione e una perché ero donna.
Mai che Giovanni, da quando ci eravamo sposati, fosse arrivato a casa con un fiore. Da fidanzato sì: il rituale era stato eseguito alla perfezione. Va bene, tutti sanno come sono insensibili i maschi, ormai avevo desistito dal tentativo di farglielo capire, tanto mi sbadigliava in faccia. Ma l'avventura extraconiugale no, mai e poi mai, non l'avrei sopportata, meglio che niente ancora fosse accaduto.
Quasi quasi non gli potevo perdonare nemmeno un pensiero una tantum.
Tornai a casa e misi i fiori nel vaso di cristallo sulla consolle antica dell'ingresso, regalo nuziale del povero zio Giacomo, buonanima, che mi voleva bene come a una figlia. Ed io lo ricordavo sempre, < Aiutami >, sussurrai rimettendomi a vomitare e a piangere.
Fu allora che mi venne un'idea. Aprii la bustina e tolsi il biglietto, dove c'erano tutte le firme dei ragazzi. Con rammarico presi un accendino di Giovanni, uscii in balcone come una ladra e lo bruciai accuratamente disperdendone le ceneri al vento per cancellare ogni traccia.
Alle tredici e trenta, come di regola, entrò il coniuge ed esclamò: < Che belle. Chi te le ha regalate? >.
Sentii la mia voce rispondere: < Non lo so. Le ho trovate sulla cattedra stamattina, ma non sono stati i ragazzi, quelli non mi porterebbero nemmeno un mazzo di carciofi >.
< Ai miei tempi, invece, volevamo bene agli insegnanti. E chi ti ha regalato rose rosse? Un ammiratore? >, Giovanni assunse il tono ironico sarcastico, ma sembrava sospettoso.
< Mah, non c'era biglietto dentro la bustina, sopra c'è scritto soltanto il mio nome e cognome > risposi a testa alta e scoprii che una piccola bugia, ogni tanto, ci stava bene. < Non sarai mica geloso > aggiunsi. In contemporanea e con mia sorpresa mi resi conto di quanto fosse facile mentire.
< Io ? Noooooooo > rispose l'amato con la fronte sudata e gli occhi di fuori, < ma lo sanno che sei una donna sposata? >.
< Certo, caro, ma mettiti a tavola che le lasagne si raffreddano >.
Fino a quando le rose non sfiorirono non sembrò tranquillo e non parlò più di cenare fuori con gli amici o per lavoro, cenava con me. Ma una moglie non canta vittoria. Imparai a cucinare, io che odiavo i servizi domestici. Lo coccolavo perché lo amavo e me lo volevo tenere, caffé a letto tutte le mattine col cucchiaino di panna e il pizzico di zucchero tanto e non più, chi ha mai parlato di moglie schiava per una così piccola cosa? Poi lui scoprì il club dei poeti su Internet ed io divenni pure la sua consigliera letteraria, leggevo tutto quello che mandava, dopo le prime mazzate incominciò a ricevere consensi e poi decisamente lodi, ma era bravissimo e le meritava tutte. Impiegava ore al computer, che non aveva né morbidi capelli né labbra procaci e tantomeno scollature. Giovanni la sera dimenticò rapidamente le cene di lavoro e la televisione, soltanto di me non si dimenticava, arrivava a letto verso le ventidue, ventidue e trenta, soddisfattissimo, dopo avere letto poesie e scritto commenti, che non avevano neanche essi capelli, labbra e scollature, io chiudevo subito la televisione.
Superammo senza accorgerci di nulla la crisi del settimo anno ed egli è qui con me, ancora bello, solo un po' spennacchiato e moderatamente ingrassato, quando parlo di qualcuno che è morto con le amiche la mia bambina, sei anni, dice sempre: < Ma tu e papà non siete vecchi e non dovete mica morire >, < No, no > risponde il maschio, cinque anni, < mamma e papà non muoiono mai >.
Appuntamento a mezzogiorno al ristorante Dolce vita, in piazza Duomo a Messina, siamo arrivati disorganizzatissimi, con Lady e suo figlio, provenienti dalla Calabria, dispersi a due isolati di distanza, subito si è presentato un ragazzino che suonava la fisarmonica e chiedeva denaro e due venditori ambulanti, i telefonini e le macchine fotografiche in moto, Lady non arrivava, così ci siamo sistemati al tavolo: Salvatore Genovese, venuto dall'Australia, nel suo ruolo di festeggiato e tutti noi, decisamente vecchiotti, che sembravamo usciti da chissà quale ospizio ( sì, lo so, Gianna, parlo per me, ma tanto tu non vieni sul mio blog e ti ho già mandato le foto per email, a te i blog, compreso il tuo, interessano più o meno quanto facebook a me, quindi non leggi questo post ). Ho fatto fotografie che definire penose è riduttivo, vi faccio vedere il meglio del meglio, il resto potete immaginarlo.
Qui si possono ammirare Trimacassi ( Mimmo Sergi ) e sua moglie, signora Giovanna, accomodati al tavolino in speranzosa attesa del pranzo e di Lady.
Io e Grigio ( Gianni Grillo ) , personalmente posso soltanto sperare di essere venuta in forma più umana in qualche foto scattata dagli altri amici.
Il festeggiato, A. Sal: Gen ( Salvatore Genovese ), in un brindisi
accanto a Mimmo.
Qui potete ammirare la consegna di una poesia adatta all'occasione, composta da Sal, alla nostra Gianna Curtò, che si è occupata di prenotare il ristorante ed ha provveduto alla buona riuscita della giornata.
La poesia di Sal merita di essere trascritta qui affinché tutti possiate leggerla.
Il traghetto
Per chi se ne va
da quest'isola ancestrale
a mo' di sciabola
un taglio netto
al cordone ombelicale.
pieno di sussurri al cuore
odori dolci e lacrime d'amore
a mo' di cavalla
che cerca il Sangreale
per chi ritorna.
Ed ecco Lady, seduta tra Grigio e sua moglie, signora Angela.
Avevamo una macchina fotografica per ogni gruppo familiare, fra tutti
chissà cos'è uscito. L'impegno ce l'abbiamo messo. Mah.
Questo bel signore dall'atteggiamento riflessivo è Orazio Nastasi, sullo sfondo si vedono Sal e Gianna.
Gaetano, il marito di Gianna.
Il più fotogenico: il piatto del riso.
È stata una giornata bellissima, abbiamo riso, schiamazzato e mangiato quanto
ci è parso opportuno, stupenda la poesia tirata fuori proprio alla fine
da Orazio Nastasi, ha promesso che la pubblicherà sul club poeti.
La leggeva con tanto pudore, e posso capirlo.
Questa bella bionda è Chiara Marinoni
nel giorno del suo ventiseiesimo
anniversario di matrimonio. Auguri, che tu
possa vivere felice.
Qui si vede Chiara in una luce d'oro.
In quest'altra variazione mimmiana abbiamo la nostra fanciulla
in mezzo ai fiori di campo, in un prato verde da cartone animato.
E per concludere Chiara acquerello.
Oggi le viene attribuito il premio Giobba per l'affettuosità
e sincerità nel commentare tutte le cosine che pubblico in questo blog.
Grazie, piccola, per la tua costanza e l'interesse genuino.